L’ultima delle sette opere di Misericordia
Nell’ultimo sabato di luglio mi sono soffermato ancora una volta con Lorenzo di fronte alla copia del bel quadro di David Teniers il Giovane, il dipinto che rappresenta visivamente le sette opere di misericordia. I più attenti alle Sacre Scritture sanno che le prime sei opere di misericordia corporali sono citate nel capitolo XXV del Vangelo di Matteo; la settima, “seppellire i morti”, è stata aggiunta dalla tradizione della Chiesa come testimonianza di pietà cristiana attraverso un ultimo gesto di amore e di rispetto verso il defunto.
Perché la Chiesa ha provveduto a testimoniare con forza questa settima opera? Nel “Credo”, la professione di fede cristiana, si ricorda che Gesù “morì e fu sepolto”.
Per comprendere meglio la profondità del gesto della sepoltura, forse ci aiuta l’immagine visiva della tomba in un cimitero. Fermarsi di fronte alla lapide di un defunto, e, perché no?, di fronte a una sua fotografia, ci mette in condizione di fare memoria della sua vita, dei suoi insegnamenti, far tesoro della sua testimonianza, di ricordarne le opere e magari chiedere perdono se la nostra coscienza ha qualcosa da rimproverarci.
Viene allora spontanea un’altra domanda: perché recarsi davanti alla sua tomba quando tutte queste riflessioni possono emergere dentro di noi anche rimanendo comodamente seduti nella poltrona del salotto o magari di fronte a un bel paesaggio?
Forse, per rispondere a questa domanda, è bene partire da una contrapposizione sempre più diffusa (e, a mio parere, “triste): la procedura della cremazione. Viene incenerito un corpo, per disperderne magari le ceneri sulla superficie del mare o lasciarle trasportare dal vento in un orizzonte lontano partendo dall’altro di una montagna. Le ceneri possono essere anche racchiuse in un’urna funeraria e poste nel salotto di casa o nella propria camera.
Tutto bene; totale rispetto per coloro che, in buona fede, scelgono la cremazione per i loro cari defunti. Purtuttavia la Chiesa, nell’accettare ultimamente anche questa soluzione, esprime delle considerazioni ben precise che cerco di sintetizzare. Nel primo caso, quello della dispersione delle ceneri, ci si priva di fatto di un luogo ove fare memoria di chi ci ha preceduto. Nel secondo caso, quello dell’urna funeraria in casa, si va incontro ad una concezione “privatistica” della memoria del defunto, quasi fosse nostra proprietà. L’insegnamento della Chiesa, attraverso l’atto della sepoltura, vuole invece dare la possibilità di salvare il mistero della morte da una deriva individualista, vuole evitare di esporre alla perdita la dimensione memoriale della persona che non è più presente con il proprio corpo. La vita di ciascuno di noi, apparentemente individualistica, in qualche modo appartiene a tutta la collettività.
Se è vero che la morte è un fatto personalissimo, è innegabile che la stessa è anche un fatto pubblico che riguarda un’intera comunità.
La realtà è che il defunto ha diritto a un atto di carità che accomuni familiari, parenti, amici, conoscenti, attraverso la forma di espressione delle proprie condoglianze, partecipando fisicamente alla celebrazione del funerale e ai riti di inumazione. Secondo la Chiesa, questa carità ha bisogno di una dimensione pubblica e visibile: la visibilità di un cimitero e di una sepoltura personale, con tanto di immagine, risulta quindi fondamentale per la cultura della memoria, non per pochi intimi, ma per tutti noi, indistintamente.
Avere davanti la lapide di un defunto, di una persona cara, facilita il meccanismo che ci permette di attivare quella serie di ricordi corporali che ci fanno sentire a lui vicini; ci fanno riaffiorare il dolore del distacco ma nello stesso tempo ravvivano la speranza di rincontrarsi un giorno nella patria del cielo.
Il prolungamento naturale dell’opera di misericordia corporale di seppellire i morti è poi pregare per la loro anima. Il seppellimento del corpo assume infatti pieno senso con l’elevazione di una preghiera a Dio, supplicando di ammetterlo alla beatitudine eterna e attendere con fede il giorno del compimento della promessa della resurrezione della carne.