La sesta opera di Misericordia
Sabato 14 giugno, ore 10,30: sono con Lorenzo di fronte al solito quadro delle sette opere di misericordia, presso la sede della Confraternita. Ci concentriamo sulla sesta di queste, “visitare i carcerati”. Come per la precedente (visitare gli infermi), anche questa è rappresentata, nel dipinto, in lontananza e con pochi dettagli. Il significato, in ogni caso, è molto chiaro.
Visitare i carcerati è sicuramente l’opera di misericordia più disattesa, più difficile. Presenta una fatica supplementare rispetto a tutte le altre, essendo indirizzata a uomini e donne per lo più colpevoli per i delitti commessi: le nostre presunzioni e i nostri pregiudizi ci spingono a ghettizzare il carcerato, e anche quando a pena scontata lo stesso si ripresenta in società, tendiamo a tenerlo fuori della nostra portata, soprattutto lontano da casa nostra.
A volte ci creiamo anche un alibi (anche se in certe circostanze è un dato di fatto) in quanto non è semplice e automatico andare a visitare un carcerato. Occorre un iter burocratico particolarmente complicato (anche se non c’è rapporto di parentela), a volte scoraggiante. Ma la vera barriera è il pregiudizio. Occorre un po’ di coraggio per superare alcune reticenze: chi mi vede entrare in un carcere, cosa penserà? Che ho parenti in carcere di cui vergognarmi? Che sono amico di brutta gente? Che sono invischiato in qualcosa di losco?
La realtà ci racconta poi anche un’altra storia: i carcerati, uomini e donne nostri fratelli e sorelle, hanno commesso errori, a volte grandi, a volte piccoli. Sovente, proprio chi è colpevole di delitti di peso relativo è in carcere, mentre gli oppressori che schiacciano gli altri, i grandi ladri, i capi di stato che scatenano le guerre, i potenti che perseguitano i poveri e i deboli, sono fuori.
Oggi la popolazione carceraria è formata in gran parte da tossicodipendenti, immigrati, stranieri, ladruncoli; tutti poveri ed emarginati che, pur meritando il provvedimento punitivo per i reati commessi, sono emersi da una condizione sociale che li ha visti vittime prima di diventare malfattori. E anche il tentativo di trasformare la pena detentiva in un qualcosa che rieduchi e corregga, non sempre funziona. Lo stesso ambiente carcerario, il sovraffollamento, l’interno di celle ove entra poca luce, non aiutano nel processo di riabilitazione. A volte tutto ciò genera effetti contrari, cattiveria, rancore, sete di vendetta.
Su tutto ciò, se è vero che i carcerati non cessano di essere uomini e donne come noi, parte della comunità a pieno titolo, è altrettanto vero che la vita della società richiede che chi ha commesso delitti debba affrontarne le conseguenze. Nessuna utopia e nessuna carità gratuità stolta! E’ giusto il concetto di “certezza della pena”. Vorremmo però che la “pena” fosse un percorso di rieducazione, di reintegrazione, di redenzione. Purtroppo il nostro ambiente carcerario, non sempre lo agevola.
L’orientamento cristiano deve però essere quello che passa, non tanto attraverso il castigo e la pena, ma soprattutto attraverso un cammino di correzione, di crescita umana, di recupero dell’onore, nel rispetto della dignità della persona. Pertanto, andiamo a trovare i nostri carcerati!
E non dimentichiamo nemmeno un’altra cosa importante. Oggi ci sono altri prigionieri che hanno bisogno del nostro aiuto, della nostra presenza: sono gli anziani che vivono la solitudine, gli alcolisti e i tossicodipendenti rimasti intrappolati all’interno della loro ricerca di paradisi artificiali, i migranti, i profughi. Come possiamo aiutarli, al di là delle strutture statali predisposte a questi casi? Li possiamo aiutare diventando portatori e annunziatori di quella Misericordia di Dio che non si esprime solo a parole e discorsi, ma con l’accoglienza, la condivisione, l’ascolto e la solidarietà.
E’ una bella sfida. Proviamoci!