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VISITARE GLI INFERMI

La quinda delle sette opere di Misericordia

Nel sabato che precedeva il Santo Natale, Lorenzo tornò con me in misericordia e anche in quell’occasione ci fermammo di fronte al solito quadro di metà scale, quello che rappresenta le “Opere di Misericordia” del pittore fiammingo David Tenier il Giovane. Quella mattina posi l’attenzione del mio giovane nipote su una piccola immagine in lontananza, una specie di castello da dove, attraverso una finestra, si vede rappresentata la visita ad una persona malata. Nei minuti successivi dialogammo un po’ sul significato e sulle aspettative di quella visita.

La prima riflessione spontanea che espressi fu questa: visitare gli infermi è fra le opere di misericordia corporale forse la più faticosa e coinvolgente. In tutte le altre opere (escluso il visitare i carcerati, che è piuttosto simile) in qualche modo lo spazio spirituale e l’attenzione vengono scomposti, divisi e delegati in maniera diversa: con il cibo (dar da mangiare agli affamati e dar da bere agli assetati); con oggetti di abbigliamento (vestire gli ignudi), con servizi veri e propri (alloggiare i pellegrini e seppellire i morti). Ci sono, cioè, fra la persona aiutata e il “benefattore” delle cose materiali o delle azioni precise che si frappongono nel mezzo.

Nel “visitare gli infermi” il protagonista sei soltanto tu, visitatore, e l’infermo. Far visita a una persona è semplicemente un gesto di misericordia con un profondo valore umano e spirituale, senza intermezzi che si frappongano. A ogni visita portiamo la nostra amicizia, il nostro affetto, la nostra preghiera e la fraternità. E’ proprio oggi il momento adatto per superare la soglia di casa nostra per andare incontro a chi ha bisogno del nostro conforto e della nostra tenerezza. “Ero malato e mi avete visitato” (cfr. Mt 25,36).

Sul quadro di David Teniers, in realtà, l’episodio descritto non è particolarmente in vista, lasciato in lontananza rispetto ad altre opere di misericordia. Ed allora, tornato a casa, per spiegare meglio a mio nipote la dinamica del “visitare gli infermi”, gli ho fatto vedere su internet un quadro di Pablo Picasso, “scienza e carità”. Pablo Picasso, il grande artista spagnolo passato poi alla storia come il principale esponente del Cubismo, realizzò quest’opera a soli 15 anni. Il dipinto, a olio su tela, si trova oggi presso il “museu Picasso” in Barcellona.

Vi appare subito evidente la tematica della malattia e il diverso approccio, per certi versi conflittuale, tra scienza e religione. Il quadro presenta una stanza grigia, con una malata dal volto stanco e quasi spaventato, immobile, sdraiata sul letto, incapace di lottare e reagire. I due diversi metodi di cura sono rappresentati da un dottore, simbolo della ragione e della scienza, e da una suora, simbolo di quella carità e provvidenza che animava anche i nostri ospedali fino alla prima metà del secolo scorso. La scena, per quanto triste, risulta essere estremamente serena e unificante: il medico controlla il polso della donna, mentre la suora, con in braccio la figlia della sventurata malata, le porge dolcemente una tazza.

La riflessione di Picasso sulla malattia sembra incentrata sull’apporto che possono dare, sebbene in maniera diversa ma complementare, scienza e religione. Sono due differenti modi di intendere la cura, di farsi carico di due dimensioni caratteristiche dell’essere umano; la dimensione corporea e quella spirituale. Ai cristiani non medici o infermieri spetta questa seconda.