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VESTIRE GLI IGNUDI

La terza delle sette opere di Misericordia

Mancavano pochi giorni alla festa di Maria Assunta in cielo. In piena estate, prima della consueta sosta negli uffici della Misericordia, mi arrestai ancora una volta a metà scale, al pianerottolo intermedio, con Lorenzo, il mio giovane ascoltatore. Ci soffermammo qualche minuto di fronte al solito dipinto di David
Teniers il giovane. Rammento a chi avesse qualche dubbio, che non è l’originale eventualmente rubato da una delle più belle sale del museo del Louvre, in Parigi, ma è semplicemente una copia fedele realizzata dagli amici della Bottega Tifernate di Città di Castello. Questa volta raccontai al mio giovane nipote qualcosa riguardante la terza opera di Misericordia: “vestire gli ignudi”.
Denominatore comune di tutte le opere di misericordia corporali, è quello di sottintendere per ciascuna di esse, assieme ad un significato concreto e tangibile, anche altri valori psicologici e simbolici di rilevante spessore. Non fa eccezione “vestire gli ignudi”.
Credo sia corretto partire dal significato della nudità, come segno di fragilità dell’uomo, nudo al momento della nascita e bisognoso di ogni protezione. Non a caso l’atto di vestire chi è nudo implica un prendersi cura del suo corpo, ma anche porre grande attenzione alla sua anima, dato che il vestito sta a indicare una necessità di custodia e protezione. Basti pensare al grande tema del pudore come meccanismo di difesa da ogni sguardo. Parlare di nudità significa allora sottolineare una condizione di non identità: implica immediatamente la necessità di vestire l’uomo per difenderlo dall’inclemenza del tempo, ma anche dall’umiliazione e dall’indegnità. E proprio per queste motivazioni la Sacra Scrittura sottolinea a più riprese la compassione per il corpo nudo. Fin dalle prime verità del Vecchio Testamento
troviamo un Dio misericordioso che si premura di coprire la nudità di Adamo ed Eva a seguito della loro trasgressione: “Il Signore Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì” (Gen 3,21). E’ anche il primo segno di amore e protezione che Dio rivolge alla creatura umana, usandole misericordia e
accogliendola in tutti i suoi limiti e le sue fragilità.
Fatte queste premesse di sapore biblico-simbolico, è bene provare a dare un significato più ampio al gesto di condividere gli abiti con i poveri. Svuotare i nostri armadi sempre troppo pieni di vestiti non va sempre contrabbandato come carità, soprattutto per quanto riguarda le raccolte coi cassonetti; ciò
appare soprattutto come intervento di tipo sociale, nel senso di offrire opportunità di lavoro a persone variamente svantaggiate. Le stesse raccolte destinate ad alimentare i guardaroba parrocchiali, da sole non sono sufficienti ad attivare una relazione con la persona aiutata. Il povero non può essere
considerato soltanto un anonimo destinatario di una distribuzione di abiti dismessi dai ricchi.
L’opera di “vestire gli ignudi” viene attuata in modo autentico soprattutto quando scaturisce da un incontro tra due volti, tra due sguardi, quello di chi dona e quello di chi riceve. Ed è per questo motivo che presso le Caritas italiane avvengono spesso questi incontri; e solo così vengono accompagnate
le consegne di abiti senza il rischio che possano essere interpretate come gesti meccanici se non umilianti e mortificanti. Ma lo svuotare i propri armadi può ancora considerarsi gesto di vera carità, se
questa azione puramente materiale si accompagna con gioia al desiderio di aiutare i fratelli e le sorelle che vivono accanto a noi e che hanno bisogno del nostro aiuto.
E allora, “vestire gli ignudi” non rimane soltanto un intervento sociale, pur sempre positivo e rispettabile; diventa una vera opera di Misericordia, dove alla consegna di una camicetta, di un pantalone, di un paio di scarpe, emerge una gioia reciproca e trova spazio un “rivestire il prossimo di amore, di affetto e di condivisione.”